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grandealba blog

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Adoro andare in aeroporto con almeno un’oretta di anticipo. C’è chi preferisce arrivare all’ultimo minuto, ne vedo tanti, con la carta d’imbarco tra le labbra mentre arrotolano frettolosamente la giacca e nello stesso tempo si palpeggiano per trovare in quale tasca sia finito il cellulare da mettere nella vaschetta pre metal-detector. Io no, io preferisco guardarli tutti al rallentatore, mangiando il mio menù mattina con tanto di spremuta d’arancia e fermandomi ad ogni vetrina del duty free controllando le ultime quotazioni del mio CK One. Adoro soprattutto le librerie degli aeroporti. Attenzione, ad un occhio superficiale potrebbero sembrare uguali a quelle che potreste trovare all’esterno, ma non è così. I libri dell’aeroporto hanno titoli più d’effetto, vengono attentamente selezionati per attirare chi distrattamente passa lì davanti e convincerlo che sarà più intrigante leggere lui piuttosto de Il Messaggero per questa volta. Ricordo bene l’ultimo che mi ha strizzato l’occhiolino. Appoggiato su una scaffalatura di metallo bianco al Leonardo da Vinci di Roma. Titolava “Il mestiere di giornalista: sempre meglio che lavorare” e fu subito colpo di fulmine. D’altronde ero lì proprio in attesa di prendere il mio volo per Las Palmas, dove avrei dovuto passare quattro giorni tra sole, piscina e discoteca ospitato in un albergo che definire semplicemente tale è uno sfregio al re degli architetti che l’ha progettato. Forse sarebbe più corretto definirlo “complesso alberghiero a carattere monumentale” o “paradiso incontaminato con sei mastodontiche piscine e SPA più grande d’Europa” nella quale, per inciso, allucertolato al sole tutto il giorno (ho coniato un neologismo me ne rendo conto, ma rende perfettamente l’idea) non sono riuscito nemmeno a provare. Scrive Michele Brambilla, l’autore del libro di cui sopra: “Alcuni dei peggiori lavativi del mondo sono giornalisti: dal genio incompreso allo specialista della pausa-caffè, dall'inviato specializzato nelle creste sulle note spese, al freelance sempre in viaggio verso mete esotiche per scoop immaginari... per non dire delle partite a poker in redazione e delle riunioni sindacali per decidere la partita di calcio fra scapoli e ammogliati”. Caspita, devo ammettere che a volte - non proprio tante in verità, soprattutto per chi come me fa anche altro oltre a scrivere - è proprio così. Questo wee-end alle Canarie in effetti, dove si è svolta la European Cup, entra di diritto nella top five delle working holidays della mia vita. Giunti al Lopesan Baobab, appena posate in camera le valigie, subito incontro l’organizzatore e caro amico Marco Trucco che ci invita ad un cocktail di benvenuto sulla terrazza vista Costa Meloneras a due passi dalle meravigliose dune di Mas Palomas. Sorseggiando l’aperitivo sulla terrazza un gruppetto mi avvicina e mi chiede se sono grandealba “quello dell’EptLive”. Sono i giocatori italiani qualificati per questo Epec e ci facciamo quattro chiacchiere, risate e qualche foto insieme, rigorosamente col pollicione alzato.  Squilla il telefonino. “Sono già al terzo mohito ma dove sei?”. E’ Roberto Colombo, amico e redattore di Tutto Sport, un altro che come me ha preferito fare il giornalista nella vita pur di non lavorare. Ci diamo appuntamento al torneo shootout per la stampa, primo premio un Ipad nuovo di zecca. Per un pokerista succube della Apple - ed io lo sono certamente - quell’Ipad vale quasi come un titolo WSOP. Vabbè non esageriamo, limitiamoci a dire che daremo comunque il massimo per portarcelo a casa. Passo il primo turno, mano chiave della serata un reraise all-in da cutoff sull’apertura del chipleader quando il BB era sitout e allo small sedeva una signorina olandese decisamente nitty. Lui folda, io mostro 72off beccandomi piatto e tripudio dei raildbirders amici italiani. Si chiude la giornata, è ora di andare al party, mentre nella sala del Casinò gli iniziali 185 giocatori dell’evento principale si sono quasi dimezzati. Sono venuti da ogni nazione europea per godersi la vacanza e tentare di tornare a casa con una fetta del montepremi da 100.000 euro. La pattuglia italiana è composta da nove giocatori: Emanuele Calcavecchia, Fabrizio Ferrera, Francesco Biffi, Stafano Orrù, Alfonso Pipoli, Andrea Gerola, Andrea Grella, Angelo Torrisi e il toscano Fabio Sani. L'anno scorso l’Epec si era svolto proprio in terra nostrana a Chia, in Sardegna e la vittoria era andata allo svizzero Pablo Finini. Ma quest'anno la formula dell’evento prevede anche una gara nella gara, con i giocatori che, attraverso un meccanismo di punteggi incrociati, concorrono oltre che per loro stessi anche per la propria squadra, permettendo alla fine dei giochi di stilare una speciale classifica a seconda della nazionalità dei partecipanti.  La nuova mattinata si riapre di nuovo con un tuffo in piscina e qualche ora di sole rigorosamente protetti da una crema antiustioni di terzo grado nel tentativo di contrastare il generoso clima delle Canarie che si narra essere così caldo addirittura tutto l’anno. Ecco perché sorridono sempre tutti qui. Nel raggiungere Cristiano, Roberto e Claudio - altro giornalista romano, nonché coautore del libro di Luca Pagano “Dal texas Hold’em a Las Vegas”- intenti a guardare la finale dell’Inter mi imbatto in un negozio decisamente interessante e scatta lo shopping ossessivo-compulsivo. Vengono acquistate nell’ordine: nr. 2 paia di scarpe Ed Hardy, Nr. 1 attillatissimo costume D&G bianco che non lascia troppo spazio all’immaginazione, Nr. 1 paio di infradito Tommy Hilfiger, ed infine un paio di scarpe da donna per un’amica di Roma che, giusto per chiudere il cerchio, è felicemente sposata con un giornalista caporedattore. Il mondo va in questa direzione insomma, sempre più persone aspirano a scrivere pur di non lavorare.  Torno al Casinò con un solo obiettivo: distruggere la finalissima del torneo per la stampa e portare a casa quell’Ipad da sfoggiare in sala media al primo EptLive di Agosto. In finale anche un agguerritissimo Roberto Colombo che dal canto suo vorrebbe sfoggiare l’Ipad nella redazione di Tutto Sport. Ma alla resa dei conti tutti e due finiremo per tornare nelle nostre rispettive sedi di lavoro coi nostri cari e vecchi computer, usciti appaiati in sesta e quinta posizione. D’altronde con un dealer di nome Jesus non potevano non accadere miracoli al tavolo, il problema è che le magie se le sono beccate tutte gli altri, tipo quando in war blind lo small mi manda il resto con A7 e io instachiamo con AJ e prende il 7 o come quando vado all-in con AQ su uno short che mi chiama con KT e vince. Vabbé l’Ipad finirò per comprarmelo tra qualche settimana a Las Vegas, pazienza. Mi alzo e sento che in sala scatta un applauso, sto quasi per voltarmi sorridente salutando la folla tipo papa Ratzinger quando, per fortuna in tempo, mi accorgo che nessuno si stava giustamente preoccupando della mia prematura uscita dal sit della stampa ma erano tutti intenti ad applaudire lo scoppio della bolla dell’Epec. Il toscano Fabio Sani è l’unico sopravvissuto tra i nove italiani e fermerà la sua corsa quella sera stessa in 26° posizione per un premio di consolazione di 500 euro. Il primo premio da 21.000 euro invece se lo porterà a casa lo svedese Mikael Johansson, mentre il titolo squadre se lo aggiudicherà il Belgio. Non mi rimane che tornare a prendere il sole, meno male che a questa latitudine tramonta dopo le nove di sera. Anche se mi è toccato tornare a casa senza avere al seguito l’ultimo gioiello della casa di Cupertino mi sento davvero in dovere di riassumere questo meraviglioso week-end spagnolo con le sante parole del premio nobel per la letteratura Pablo Neruda: “Confieso que he vivido”. Ovvero, “Ammetto che me la sono proprio vissuta!”.

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