Nella Dichiarazione del Minnesota del 1999 Werner Herzog sentenzia: "Il turismo è peccato, viaggiare a piedi è virtù". Una vita passata alla ricerca per mezzo dei suoi film della "verità estatica", ovvero una verità più profonda, che va oltre il fatto e che "attraverso invenzione immaginazione e stilizzazione" raggiunge livelli di inarrivabile e poetica intensità.

Nella sua carriera Herzog è andato costantemente alla ricerca dell'immagine sublime, spesso fallendo, fino quasi a doversi arrendere alla presa di coscienza di una forza che rende alcuni attimi di estasi non catturabili. Alcuni di questi tentativi presero luogo in Perù.

Non esistono immagini ufficiali di Bernard Borowitz, per quanto esistano diversi suoi ritratti che difficilmente possono appartenere alla stessa persona. Non esistono neanche testimonianze fotografiche dei suoi viaggi, per cui con una certa sicurezza si tende a definire come nullo il suo rapporto con l'immagine. Nei suoi scritti Borowitz parla spesso del Perù come "la terra dello scosceso incanto, della natura indifferente e assassina". E sono parole che ad Herzog piacerebbero.

Io arrivai a Lima nella notte dell'11 aprile, trovandomi di fronte ad una struggente nebbia notturna che si imbatteva nella scogliera a picco sul mare sulla quale la città si insedia. Esistono banali immagini del momento e inutilizzabili citazioni. Tutte le attenzioni erano rivolte a quello che sarebbe accaduto qualche giorno dopo sulle Ande e a suoi piedi. Nel frattempo dovevo gestire i due giorni d'anticamera di Lima cercando di districarmi il meglio possibile nel limbo: la città è sconfinata, poco attraente, a tratti pericolosa, e la selezione accurata dei quartieri più piacevoli è stata fondamentale per godermi la permanenza. Sono rimasto favorevolmente sorpreso sia dalla gente, particolarmente abile a dispensare buon umore o ottimo cibo, che dalla strana atmosfera che si respira sul lungomare. La conformazione del territorio lungo Barranco è davvero inusuale, con la città che si installa su un altopiano che si oppone come una muraglia al mare, quasi a volere ricordare che anche di fronte al pacifico, se si era lì era per lo "scosceso incanto".

 

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 Cuzco e le Ande

Dopo essere sopravvissuto ad una folle corsa in taxi, nella notte del terzo giorno volo verso gli oltre tremila metri di Cuzco, sorprendendo la città andina in una fredda mattinata. Cuzco è il punto di partenza per tutti quelli che vogliono avventurarsi nella Valle Sacra. Decido di prendere il primo autobus che avrebbe fatto un tour attraverso gli insediamenti e i siti archeologici della valle. E' davvero curiosa la sensazione di dover addentrarsi in un luogo scendendo a livello altimetrico quando invece si è sempre abituati a partire da un punto per poi inerpicarsi.

La strada si accompagna per quasi tutto il tragitto al tortuoso fiume Urubamba, corso d'acqua con il quale Werner Herzog si è cimentato un paio di volte. Il fiume è inquieto e sembra scavare da sempre quelle rocce, alleandosi all'eleganza delle montagne che si staccano verso il cielo con una rara consapevolezza. L'ultimo avamposto prima di salire sul treno che porta a Machu Picchu, mitica città perduta degli Inca, é Ollantaytambo, assembramento di pietre e della volontà Inca di costruire un nuovo punto nevralgico del loro impero. La città non fu mai completata a causa dell'arrivo dei conquistadores, ed è davvero emozionante vedere i massi lasciati lì durante il trasporto interrotto, congelata testimonianza di un fallimento che sopravviverà a tutto, freddo ed inerme.

 

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Ollantantyambo. The Inka living city. #allinaround
 
 
Da Ollanta a Macchu Picchu non ci sono strade e il treno è l'unico mezzo per proseguire. Ho rilevato una smodata poesia di fronte a quest'interazione di vari mezzi di trasporto e all'atmosfera d'altri tempi che si respirava nelle carrozze di legno e sulle poltrone di pelle, poesia che a poco a poco si mischiava con la stanchezza fisica della giornata, facendomi scivolare in uno stato confuso dormiveglia, invaso da varie immagini ed eventi di cui fatico a distinguerne la natura.

 

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 Ollanta

Mi fu chiesto, solo qualche giorno prima, quando il viaggio sarebbe entrato nei sogni, se durante l'esperienza stessa o solo alla fine. Lì per lì non ebbi una risposta sensata, cercai di ricordare qualche pensiero Borowitziano in merito, ma l'unica citazione che posso riportare a riguardo è vaga e forse fuori tema: "Ho deciso di uccidere tutti i viaggi che transitano nei miei sogni".

Fu lungo i binari che seguono l'Urubamba e spaccano in due la Valle Sacra che iniziai a farmi un'idea sulle risposte. Abbandonato nella stanchezza, solleticato dalla nebbia bassa che veniva infilzata dalla fitta vegetazione, le difese della coscienza si indebolirono e curiose indefinite fasi oniriche mi colsero del tutto impreparato. Immagini e sensazioni che sovvertendo logiche temporali venivano però dal futuro del viaggio, da quella Machu Picchu vista solo in foto ma che con la sua forza prorompente riusciva ad anticiparmi, insinuandosi nel sogno prima ancora che venisse il suo momento. Non mi sorprende che Herzog abbia ostinatamente cercato cui di catturare qui l'estasi a rischio della follia, e ancora meno mi stupisce una delle frasi scritte da Borowitz: "Ogni viaggio è già successo".

 

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Il giorno dopo salgo a Machu Picchu fregiandomi del titolo di "controllore dell'attendibilità del sogno". Ho passato ore ad osservare le rovine cercando di distinguere la volontà che c'era dietro, provando a decifrare il disegno ultimo, e ammetto che l'arrivo era sempre un'indefinita sensazione di magia incredibilmente simile a quella provata la sera prima sognando quello stesso luogo.

 

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Machu Pichu
 
Mai provato così tanto imbarazzo nel tentativo di separare un'opera umana dalla natura. L'intersezione era talmente fitta, calibrata, in una parola, perfetta, da farmi pensare per la prima volta all'uomo come parte della natura, e quindi un suo manufatto parte della natura stessa. Non c'era nulla da distinguere, tutto era uno, sogno, uomo, realtà e natura. Era inevitabile che i tentativi di catturare al meglio quelle immagini fallissero miseramente, e l'improvvisa morte della macchina fotografica migliore era lì a ricordarmi delle sventure del vecchio Herzog e dell'intrattabilità dell'estasi. Compresi fino in fondo in quel momento cosa intendesse Borowitz con l'enigmatica affermazione: "Preferisco muovermi a bordo dell'imperfezione della mia memoria". Provai ad usare quel mezzo per abbandonare il Perù, confuso da tutte le sensazioni più grandi di me, da ogni incomprensione, incerto sulla direzione temporale del viaggio, strattonato dall'incombenza di una nuova destinazione che all'improvviso trovai non necessaria, facendomi ripiombare in bilico tra peccato e virtù, incerto sulla mia identità di viaggiatore o turista.
 
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 La bellezza di tutti questi fallimenti, da quelli Herzogiani, a quelli Inca, ai miei, metteva sotto una luce diversa le malaugurate vicende pokeristiche che nel Perù non trovavano sollievo. Ormai il rosso era pesantissimo e davvero remote le possibilità di portare a termine la sfida con successo.
Facevo fatica ad accostare la banalità del mio tentativo all'intensità di quanto visto in quei giorni, ma è stata fortissima la scossa che mi ha permesso di guardare diversamente al tracollo che si stava compiendo. All'improvviso la difficoltà dell'impresa mi sembrava solo un'ottima occasione per fare qualcosa di ancora più grandioso, risalendo da un profondissimo precipizio. All'improvviso capii che sarebbe stato bello continuare a provarci con tutte le mie forze, incurante dell'esito ma fedele fino in fondo all'obiettivo originale. All'improvviso mi resi conto che era davvero un privilegio trovarsi nella condizione di poter fallire in maniera straordinaria.