Inizia sempre allo stesso modo: osservi le gocce sul finestrino mentre sfocata, l'ala del velivolo inizia a fendere l'aria e il paesaggio scorre sempre più insistentemente. La velocità aumenta fino a quando le gocce non riescono più a stare aggrappate al vetro e scivolano via asciugando la superficie. Quello è il segnale: conti fino a sette, metti a fuoco il paesaggio, si vola.
 
 
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Santiago del Cile è la tappa che ha la funzione di un punto e virgola nel discorso All(in) Around the World; segnava allo stesso tempo la conclusione delle Americhe ma si concedeva una coda nella successiva Isola di Pasqua, di fatto annessa politicamente ma così distante sia geograficamente che nelle intenzioni.

Incastrata ai piedi delle Ande, Santiago non promette particolari guizzi insoliti, né elementi che la rendano destabilizzante. Confusa, costantemente intrisa da una leggera nebbia ma mai piovosa, in due giorni di permanenza nasconde sempre il sole e si concede stranamente freddolosa, sensazione che ormai non si provava dai primi giorni canadesi. E' sempre però meglio evitare si sottovalutare le grandi città, perchè per quanto apparentemente senza una forte caratterizzazione, la collettività, l'impronta che la gente riesce a dare alle strade, possono catalizzare inaspettati magnetismi.

Il centro è molto raccolto comparato con l'immensità della periferia, per cui passo due giorni ad entrare ed uscire dal piccolo appartamento affittato in centro alla ricerca casuale di vie, locali, quartieri. L'ampio contrasto tra ricchezza e povertà sembra un segreto del posto che tutti vogliono nascondere, mischiandosi e confondendo le tracce, ma qui e là la copertura sembra meno efficace e le differenze saltano evidenti agli occhi.

Simbolo dell'irrequietezza dei toni della città è il quartiere Bellavista, un'oasi quasi troppo felice; qui Neruda vi fece costruire un luogo segreto dove incontrare una sua amante, mentre oggi è sede del museo a lui dedicato. Tanto graziose le vie e la schiera di localini che arrivando addirittura ad addensarsi in una sorta di complesso all'aperto ma ben circoscritto, dove la notte la città si riunisce a mangiare e far baldoria.

I ritmi nei due giorni cileni si fanno più tranquilli dandomi possibilità di dedicare un po' più di concentrazione al poker online, accorgendomi di quanto il contesto in cui mi trovo a lavorare incida inconsciamente sulle scelte. A contrasto con la confusa atmosfera della città, a Santiago "grindavo" da un'ordinata scrivania con illuminazione di design al neon dedicata, una connessione solida e un boiler per l'acqua calda sempre pronto a rifornirmi di caffè. Avevo addirittura sciolto tutti i nodi del cavo del mouse per estremizzare questa sensazione di pulizia nella disposizione degli oggetti. In maniera quasi inquietante le idee, i processi di pensiero sembrano muoversi in modo più libero ed efficace; è come se ci fosse più spazio per la fantasia pokeristica in contesti ordinati. Sarebbe bello riuscire a scovare qualche tipo di legame matematico tra il disordine e l'impoverimento delle idee, per quanto mi renda conto che per alcuni la confusione possa essere stimolante.

Per quanto il profitto stagni ormai da qualche tempo, resto un po' più convinto della qualità delle scelte, e la voglia di giocare ne guadagna.

 

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Nei due giorni di permanenza intanto montava l'eccitazione per una delle svolte da me più attese: ci si inoltrava le Pacifico per vie inusuali, con prima tappa l'Isola di Pasqua. Era davvero tanto che non provavo una curiosità spasmodica all'idea di incontrare un luogo, e nella due giorni di Santiago ho cullato questa sensazione cercando di conoscere il meno possibile di ciò che sarei andato a vedere. Mi tornava in mente Borowitz, quando in quello che ora è uno dei suo aforismi più famosi, meritato protagonista di molte t-shirt, scrisse: "Non si dovrebbe viaggiare alla ricerca di riposte, bensì verso la creazione di domande".

Ho vagato in lungo e in largo per i sessanta chilometri di perimetro asfaltato dell'isola con un quad noleggiato, imperversando per la costa rocciosa costantemente battuta da onde impetuose. I cavalli selvaggi attraversavano di sovente la strada senza preavviso, andando a sovrapporsi all'immagine del mare in tempesta, creando il tipico scenario da pessimo quadro del mercatino dell'antiquariato, ma che dal vero assume contorni davvero struggenti e poetici.

 

 

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Le spiccate note surreali dell'Isola di Pasqua sono ben instaurate nell'immaginario collettivo, tanto che credo di conoscere dell'esistenza dei Moai, le enormi statue di pietra con la testa sproporzionata, fin da quando ero molto piccolo. La sensazione di imbarazzo di fronte a queste paradossali costruzioni è realmente difficile da mettere giù in parole, ma credo che non si tratti tanto per le statue in sé, quanto per l'essenza stessa geografica dell'isola.

Nel mio girovagare la curiosità era sempre pendente e protesa nel cercare di capire come potesse esistere tutto ciò in un posto così remoto, così distante da ogni cosa. Come avevano potuto esistere le volontà ferree che centinaia di anni fa avevano portato i nativi a costruire e trascinare i Moai lungo tutte le coste dell'isola?

 

 

 
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Ma ancora più oggi, che l'esistenza del mondo è nota agli abitanti, come è possibile che esistano dei progetti nella vita delle persone in un posto così circoscritto, dove conosci ogni singola persona, ogni singolo luogo. Come possono vivere senza la tensione verso l'ignoto?

Mi allacciavo sempre saldamente il casco perchè ero stato avvertito che la polizia da quelle parti era severa, e già al primo giorno di permanenza mi imbattei nel cartello in un localino che raccomandava di fare attenzione agli oggetti lasciati incustoditi. Non ho potuto che inabissarmi nei tormenti del ladro dell'Isola di Pasqua, nella difficoltà realmente estrema del suo mestiere, nell'acerrima lotta col poliziotto dell'isola, nel bilico inevitabile della sua doppia vita e nei suoi sogni notturni che lo vedono fantasticare sui furti possibili nelle Americhe, per poi lentamente abbandonarsi a quella che probabilmente è la vera domanda che tutti gli abitanti del posto si pongono ogni notte prima di andare a dormire: "Come posso vivere senza via di fuga?".

O forse non se la pongono affatto, in fondo la questione è relativa. Il loro mondo è quello e non c'è altro. E' come se nel resto del pianeta ci fosse qualcuno tormentato dall'idea di non avere una via di fuga dalla Terra.

 

 

 
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Il volo che solo una volta a settimana parte nel mezzo della notte verso Tahiti faceva quasi pensare proprio ad una fuga dall'Isola di Pasqua. In realtà, per quanto ogni giorno in più fosse di troppo, era pesante e fastidiosa l'idea di lasciare l'isola proprio a causa di quell'inquieto fastidio lasciato da tutte le domande che non avevano trovato risposta.

Finisce sempre allo stesso modo: osservi le gocce sul finestrino mentre sfocata, l'ala del velivolo inizia a fendere l'aria e il paesaggio scorre sempre più insistentemente. La velocità aumenta fino a quando le gocce non riescono più a stare aggrappate al vetro e scivolano via asciugando la superficie. Quello è il segnale: conti fino a sette, metti a fuoco il paesaggio....ma l'aereo non decolla ancora. Sempre prendersi più tempo.

C'è la pista di atterraggio più lunga al mondo sulla piccola Isola di Pasqua. Chissà perchè?