C'è una frattura del caso sospesa tra Vancouver e Città del Messico. Nel giro di poche ore perdo una ruota della valigia e smarrisco la piccola telecamera con cui stavo cercando di fare qualche ripresa. Simbolicamente erano messaggi abbastanza chiari: forse stavo cercando di controllare troppo il viaggio, forse la valigia era troppo piena, troppo pronta a rispondere a tutte le eventualità, forse quell'esigenza di raccontare ad altri il viaggio attraverso tanti mezzi di comunicazione era superflua, indesiderata dal viaggio stesso. O forse sto solo divagando.

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Piazza della Costituzione: pre sia la più grande al mondo. Quindi credo si meriti la bandiera più grande al mondo.

"Il segreto di una vita felice è la valigia leggera".

Questa frase è scritta nel "Quaderno degli appunti di viaggio" che Bernard Borowitz scrisse tra il 1922 e il 1929 quando percorse a piedi un tragitto tortuoso lungo la Via della Seta. Ovviamente, come è certamente chiaro ai più, la valigia di cui parla il Nostro è metaforica, ma ogni volta che mi appresto a riempirne una, cerco di tenere a mente il consiglio. Se per qualunque partenza il bagaglio veniva assemblato giusto qualche ora prima, per il viaggio della vita ho deciso di anticipare i tempi e iniziare addirittura il giorno precedente. Ma cosa mettere dentro? Come pianificare gli indumenti considerando i mille climi affrontati e le possibili variabili? Dopo qualche ora di imbarazzo mi resi conto che alla fine il tutto risultava come un'equazione molto complessa solo apparentemente, ma che una volta ridotta, la soluzione della valigia da tre mesi, sorprendentemente, era identica alla valigia da una settimana.
Soluzione tutt'altro che leggera purtroppo, e forse è questo che quella ruota saltata in aria all'improvviso mi ha comunicato. Stavo viaggiando troppo pesante, soprattutto mentalmente.

Arrivo quindi a Città del Messico con uno spirito più arioso e svincolato, nelle intenzioni, dalle concretezze del viaggio.
Così come per il Canada, avevo un conto in sospeso anche con il Messico. Sembra assurdo da dire ma ci ero già stato in passato... per due ore. Giusto il tempo di sbarcare da un'angosciante nave da crociera su cui mi ero trovato per puro caso e salire sul primo aereo diretto a Los Angeles. Ma questa è un'altra storia e si racconterà un'altra volta.

 

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Porticato vicino Plaza Santo Domingo


La frattura accennata all'inizio è perfetta come stacco tra le rigidità canadesi e la caoticità messicana. Passare da un posto all'altro è stato muoversi da un luogo in cui nulla di imprevisto poteva accadere, dove tutto era già successo e si attendeva solo che il tempo degli avvenimenti giungesse, a un altro posto, Città del Messico, dove il culto dell'assurdo si intravedeva a ogni angolo di strada e il caos e la polvere e i gas di scarico si mischiavano come perfetti ingredienti in una pozione di stregoneria messicana atti a generare l'imprevedibile. (Forse ho esagerato con la poesia, perchè a prima vista Città del Messico è un magma denso e impenetrabile fatto di vecchie auto scassate e fiumi di persone che vagano senza direzione, ma è deformazione professionale di chi scrive trovare fascino letterario in ogni elemento, rendendomi però quasi alla stregua di uno scrittore di guide turistiche che giustifica la visita di ogni luogo del mondo solo per la mera esigenza di vendere il suo prodotto).

Il bello è che la vita costa pochissimo, per cui il modo migliore di districarsi in quel dedalo di strade è la scorribanda in taxi, che consente di raggiungere i luoghi con una discreta precisione, elemento da non sottovalutare considerato la caoticità cittadina. Muoversi nel centro significa fare i conti con una sovrapposizione di intenzioni, una confusione di impulsi che la città cerca di trasmettere.
Spostandosi verso la periferia invece emerge la vera natura surreale di Città del Messico.

piramidi.jpgNel secondo giorno di permanenze ho fatto una gita verso le piramidi di Teotihuacan, testimonianza di pietra di un'antica cittadina precolombiana. Ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato il tragitto infinito verso gli inarrivabili confini della città.

Ciudad de Mexico sembra intensificarsi alla distanza, pare cercare di impedire la fuga opponendo densità di case, baracche e persone all'allontanarsi dal centro. Pare una 'città fantastica' uscita direttamente dalla penna di Borges, un luogo che sembra reinventarsi al confine, estendersi solo per sfidare la voglia di evasione del curioso avventuriero.
Il tutto mi si evidenzia quando nel tentativo di dirigere il tassista verso il quartiere di Zona Rosa, pronuncio erroneamente e casualmente Santa Rosa, e il guidatore con fare sicuro mi ci porta.

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Piramide della Luna

 

Città del Messico è questa: al suo interno esiste ogni quartiere che voi possiate per sbaglio nominare. E inizia a esistere nell'esatto momento in cui voi commettete l'errore.
Città del Messico si ciba delle incertezze, si insinua nelle inesattezze e si espande.

 

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Città del Messico è la terza tappa di "All(in) Around the World"
 
Tutt'altro che fantastici gli esiti nelle mie peripezie sul mouse. Inanello una striscia negativa di sessioni negative che inizia a diventare fastidiosa per la sua inopportuna casualità. Mi viene da chiedermi 'perché?', perché così all'inizio di questa avventura, perché così puntuale. Poi mi ricordo che il poker se ne frega, lui si esprime a prescindere, qualunque atto eroico, qualsiasi impresa, qualsiasi sfida voi abbiate in atto. E' lì, fermo, non ti giudica e non ti chiede nulla.
Sta a noi sopportarne l'inerme freddezza, e proseguire per tutto ciò che viene dopo, che sia una scelta, una mano, una sessione, una città.