Condividiamo una cosa io e Bernard Borowitz: entrambi non abbiamo mai ballato. In verità non esistono notizie in merito su Borowitz, ma da ciò che scriveva posso categoricamente escludere che lui lo abbia mai fatto. Sono altrettanto certo che lui il tango lo apprezzasse eccome, ed io con lui.

 

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Per descrivere qualcosa di malinconico, struggente, a Buenos Aires dicono "tanguero". Arrivo in città aspettandomela esattamente così, "tanguera", con quel ritmo sincopato un po' ovunque, nelle strade, tra le persone, con improvvisati balli che potrebbero accadere in qualsiasi momento, in ogni angolo della città. Succede invece che Buenos Aires è una città cosmopolita, tanto condizionata dalle influenze europee per vivere in maniera intensa questa presunta malinconia che solo i ben addestrati possono scorgere qua e la. Per la vita notturna di Palermo, per le sue mode, per i discorsi che ho potuto solo intuire nei cafè del centro, "Baires" potrebbe in ogni momento trasferirsi su qualche precaria costa europea integrandosi perfettamente.

 

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Vengo per caso a sapere proprio di uno di questi movimenti trendy, le comidas cerradas, cene a porte chiuse. Ci sono chef che decidono di cucinare a casa propria, preparando un menu segreto per una decina di persone che si ritrovano a condividere il pasto in un'unica tavolata, senza conoscersi prima. E' una pratica underground, dal fascino clandestino: le cene hanno poco preavviso, la notizia viene solitamente comunicata online e quello da fare è chiedere di essere invitati, parlando un po' di sé nella richiesta. Lo chef, valutando la vostra candidatura, deciderà se siete adatti per prendere parte al suo tavolo, cercando di amalgamare le personalità dei vari ospiti proprio come fa con gli ingredienti, in modo da creare un'esperienza sociale da nouvelle cousine.


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Arrivo in leggero ritardo a casa di Dan, lo chef newyorkese trasferitosi a Buenos Aires da 9 anni. Con lui vive e lavora Julio, il suo compagno, col quale condivide l'amore, la passione per la ristorazione, ma non il tango. Tutti gli invitati sono già presenti e hanno avuto modo di conoscersi, quindi con il cocktail di benvenuto in mano mi ritrovo a parlare di me a sei sconosciuti. Ascoltano la stramba storia del mio viaggio guardandomi senza quel particolare sguardo stranito che di solito le persone avevano avuto fin lì. Claire, una signora robusta, dallo sguardo acuto e con un impeccabile accento aristocratico inglese mi interrompe e chiede:

"I don't know anything about poker...but, what if you have a bad run?"

 

Signora, lei non dovrebbe essere in grado di farmi quella domanda, ho pensato. Allo stesso tempo mi sono reso subito conto che a scegliere un'esperienza così intrigante potevano solo essere personaggi decisamente scaltri, aperti, in grado di espandere le loro idee in maniera rapida ed efficace, arrivando ad intuire concetti profondi prendendo spunto da altre aree in cui trovano perfette affinità.

 

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La tavolata era composta da una coppia Sudafricana di professori sui cinquanta, un Californiano anti-americano della stessa età trasferitosi a Buenos Aires da dieci anni, una giovane diplomatica argentina col suo fidanzato spagnolo, corrispondente dal fronte, ed infine una giovane ragazza belga, che aveva appena lasciato il proprio lavoro ad Oxford ed era reduce da quattro mesi a zonzo per il Sud America. Ottima scelta degli ingredienti Dan.

 

Dopo un "Ensalada Tibia de Jibia", e tra una "Sopa de Portobello y Cebolla" e "Palometa, Papine y Navisas", il tutto a bordo di un vino abbinato ad ogni portata, s'è saltato di palo in frasca nei discorsi, partendo da Borges viaggiando fino alla guerra in Afghanistan, voltando poi verso l'apartheid e proseguendo fino a sconfinare nei vini argentini, rischiando più volte di salvare il mondo con svariati nobili propositi. La serata è scivolata via con estrema disinvoltura fino a quando Claire ha chiesto a Julio di esibirsi per il gruppo in un tango, avendo lui millantato discrete capacità. Dan si è subito ritratto dicendo che lui non balla, ma la signora ha incalzato chiedendo a Julio di esibirsi da solo.

 

"Si può ballare solo in due il tango...In realtà avrei troppa paura a ballarlo da solo. Non ne avrei il coraggio" - ha risposto Julio.


Tornando in taxi verso l'albergo, con lo spirito gasato per l'intensità della serata e le riflessioni ancora in contorsione per l'escalation dei vini, organizzo un party nella mia testa e non invito nessuno a parte Buenos Aires, che si concedeva elegante, unendosi ai quei pensieri immensi ed infiniti che solo la notte può ospitare.

 

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Mi tornavano in mente le parole di Julio e una domanda ricorrente che in tanti mi hanno fatto alla notizia del viaggio. "Non avrai paura di viaggiare solo?". Io ho sempre cercato di avere un rapporto molto diretto e razionale con i miei timori, cercando di delinearli in maniera precisa, cercando di conoscere il mio nemico insomma. Quindi rispondevo con una domanda, chiedendo sempre cosa avrei dovuto temere, di specificare esattamente quale doveva essere il pericolo. Nessuno sapeva darmi uno straccio di precisazione, nessuno aveva neanche una minima idea di quale potessero essere le insidie nascoste in un viaggio simile. E neanche io a dire la verità. Perchè allora avrei dovuto temere qualcosa che non conoscevo?


Se avessi fatto il viaggio con un compagno nessuno mi avrebbe mai posto quelle obiezioni, e quindi credo che tutti in fondo inconsciamente si riferissero alla paura della solitudine, dello stare con se stessi a scrutare i propri pensieri.

 

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Chissà a cosa sente il ballerino di tango, quando da solo, a casa, magari di nascosto, affronta quel timore e prova i passi per conto suo... Mi piace pensare che alla fine dell'esercizio pensi che non era poi molto fondata quell'immotivata paura di sè stesso.

 

Se ad Ushuaia avevo messo insieme un bel filotto di sessioni ampiamente positive, riducendo parecchio le perdite fin lì accumulate, a Buenos Aires ripiombo in una serie di qualche migliaia di mani negative, iniziando a commettere anche errori di troppo dovuti dal fastidio di non poter proseguire quella rimonta che pensavo di aver innescato. La più grande frustrazione al tavolo si avverte quando si pensa di ottenere meno di quanto si dovrebbe, quando si ha la presunzione di dover vincere più di altri, quasi come se il poker fosse meritocratico in maniera perfetta e lineare.

 

Ogni tanto in quei giorni ammetto di aver provato la sensazione di meritarmi quel recupero che stavo facendo, perchè in fondo giocavo in condizioni precarie proprio per dimostrare quanto il poker online fosse sinonimo di libertà. E quindi il poker era in debito con me! Doveva accorgersi di quanto stessi facendo e doveva darmi in cambio qualcosa. Non mi meritavo quella bad run!


Succede invece che il poker se ne frega, che il server continua a dare carte, e che io continui a commettere errori più o meno gravi. Sbagli di gioco, di impostazione mentale, imperfezioni di viaggio, madornali imprecisioni di vita. Per certi versi questo viaggio stesso è uno sbaglio, che ha però come facile lasciapassare nei confronti della mia coscienza una elevato fattore di seduzione. E' strano come si riesca addirittura ad andare fieri dei propri errori, ad andargli incontro, a crearne di sempre più belli e fantasiosi. Accade similarmente anche nel poker, quando si prova una curiosa sensazione di soddisfazione se da qualche parte si riesce a trovare una scusa per giustificare un errore di gioco.

 

Dicono che il poker sia affascinante perchè per quanto sia brutale l'errore commesso, c'è subito una nuova occasione pronta per il riscatto, basta continuare a giocare; ma a me piace pensare che si continua a giocare per spingere il pensiero verso il limite e cercare quella strana sensazione di bellezza che si prova a commettere errori talmente eleganti da sembrare superiori alla scelta corretta. Forse per il tango vale la stessa cosa. Per scelte di vita...non ne ho la certezza.

 

Non c'è possibilità di errore nel tango, non è come la vita: è più semplice! Per questo il tango è così bello: commetti uno sbaglio, ma non è mai irreparabile, seguiti a ballare! Perché non ti butti? Vuoi provare? (Scent of a Woman - Profumo di donna)