Bernard Borowitz non scrisse nulla a proposito dell'importanza della seconda tappa. Lui fu un viaggiatore per scelta di vita, l'idea stessa di tappa non è neanche un concetto applicabile alle sue teorizzazioni sul viaggio. Nei suoi scritti giovanili comunque affrontò il tema del "elemento di richiamo", ovvero di quel luogo, quella persona o quell'elemento, per l'appunto, da tralasciare o trascurare, in modo da avere una scusa plausibile per poter tornare in un particolare posto.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la mia seconda tappa, Vancouver, visto che era la prima volta che l'affrontavo (come tutte le tappe del viaggio del resto).
Non era però la mia prima volta in Canada: tre anni fa feci un viaggio di lavoro in Oregon. Nella tratta di ritorno Portland-Amsterdam, nel bel mezzo dell'oceano Atlantico, l'aereo decise di avere un problema e il pilota fu costretto ad una improbabile inversione ad U verso la costa americana. Dopo una serie di divieti di atterraggio nelle maggiori città degli USA, trovammo approdo nella base militare di Goose Bay, nel Labrador. Attorno era il nulla per un migliaio di chilometri. Lì passai una delle giornante più trionfanti e gloriosamente assurde della mia vita, il tutto racchiuso nell'emblematica domanda dell'addetto agli ingressi in Canada che, esaminando il mio passaporto davanti ad una scrivania posta in mezzo ad un immenso hangar vuoto, mi chiese con fare serioso "Motivo della visita a Goose Bay?".

Ovviamente, a parte l'atterraggio d'emergenza, non c'era nessun motivo. Così come nessun motivo in particolare mi ha portato a Vancouver. In una prima fase embrionale di viaggio che partiva dal Sud America, Vancouver doveva essere il ponte di lancio per l'Oceania. Poi il giro è stato ribaltato, ma Vancouver è rimasta. Il Canada, in fondo, è immenso, e non potendo andare negli Stati Uniti, concedersi una seconda fermata nel Nord America mi pareva una scelta doverosa.

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Vancouver è la seconda tappa di "All(in) Around the World"

Se Toronto in qualche modo voleva specchiarsi in New York City, Vancouver mi ha ricordato decisamente alcune città della costa ovest degli USA, confermando però uno 'smorzato canadese' a smussare tutti gli angoli, le contraddizioni, e le forzature americane. Ribattezzata Hongcouver per la sua massiccia comunità orientale, il centro è piacevolmente raccolto e percorribile a piedi. Downtown è un ordinato reticolato di vie che in alcune zone si addensano formando quartieri con un'identità ben distinta e riconoscibile. L'affaccio sul mare è pieno di stile, offerto con uno skyline di rara eleganza urbana. Le vedute dal porto e soprattutto dallo Stanley Park (che pare essere il più grande al mondo) certamente resteranno a lungo nella mia memoria. Proprio la grandezza di questo parco mi ha suggerito di percorrerlo con una bicicletta, e devo dire che è stato davvero piacevole inforcare dopo tanti anni uno dei mezzi preferiti della mia gioventù e scorrazzare lungo le morbide curve che si dilungavano per il promontorio della città.

 


 

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Nel frattempo proseguiva anche il lato lavorativo di questo viaggio. Con un'organizzazione subito entrata a regime ho proseguito a macinare il giusto numero di mani giornaliere, incontrando però una violentissima battuta d'arresto rispetto a fasti di Toronto. Il profitto è bruscamente crollato, andando dai 5.000€ positivi alla parte diametralmente opposta. Immaginate un meno davanti, giusto per non dovermi ribadire. Tutto nel norma, state tranquilli, mi viene da dire soprattutto ai meno avvezzi a certe oscillazioni o all'idea che nel poker certe cose accadono a tutti. Certo, un po' mi è dispiaciuto dover subito compromettere il buon andamento del profitto, però devo confessare di aver tenuto molto bene alla botta emotivamente. Se durante la vita di tutti i giorni neanche avrei dato peso ad una simile debacle parziale, durante un viaggio comunque psicologicamente stressante c'era in me il dubbio che simili eventi potessero pregiudicare il godimento dell'avventura. Invece devo dire che l'idea che mi sono fatto del poker, "una lunga partita che dura una vita", è ben instaurata nella mia mente, e alla fine a cosa importa dove stiamo giocando questa partita?

Lascio Vancouver in un'uggiosa giornata bagnata da una leggera pioggia costante. Nei piani c'era da avere un incontro con la leggenda, il mito, Randy "Nanonoko" Lew. Per chi non lo sapesse, Nanonoko è un ragazzo americano di orgini asiatiche, anche lui membro del Team Pokerstars Online che, giocando sul .com, ha guadagnato milioni di dollari grindando una media di 24 tavoli a stake medi. Diciamo che è il prototipo del giocatore perfetto di poker online, il non plus ultra. Randy vive a Vancouver da quando non è più possibile giocare online negli USA. Sarebbe stato un incontro fugace, un'oretta in uno dei tanti Starbucks in centro in mezzo al suo arrivo e alla mia partenza. Purtroppo il suo volo subisce un ritardo, e resto per un'ora a giocare online nel locale, con un occhio allo schermo e uno alla porta nella speranza di vederlo arrivare. Quel momento non arriverà mai, subito regalandomi la dolce amara sensazione dell'elemento di richiamo. Ma all'improvviso, mentre aspettavo il taxi sotto una pioggia battente, si materializza un coup de theatre di discreto effetto sorpresa, ritrovandomi davanti quel ragazzetto dalla faccia simpatica e dalla coordinazione mente/mano più precisa di qualsiasi ordigno missilistico d'avanguardia.

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Una foto, due minuti, quattro chiacchiere; quanto basta per dissolvere l'elemento di richiamo e abbandonare Vancouver con la stessa sensazione che si ha quando si chiude una capitolo senza aver lasciato nulla in sospeso.