Quando scegli di effettuare un viaggio attorno al mondo, stai già scegliendo "tutto" in qualche modo. Selezionare poi i singoli elementi che compongono il "tutto" non è affatto semplice, più che altro per una questione di coerenza: dire no a qualcosa significherebbe non aver preso tutto. Prendere un volo che si ferma in un aeroporto per una coincidenza e non fermarsi significa rinnegare un'ideologia che vede il viaggio stesso come il "concetto unico ed ultimo, grandioso finchè fine a se stesso", mentre la tappa come "la punteggiatura del continuo ed incessante movimento".(B.Borowitz)

Una volta, di fronte alla selezione delle città che compongono il viaggio, ho deciso di effettuare una serie di non scelte, dando possibilità al percorso di compiersi da sé, in modo lineare, naturale, a patto che stesse dentro alcune regole:

_Almeno centomila chilometri totali

_Almeno cento giorni

_Visitare solo posti nuovi

 

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L'unica tappa che rappresenta una forzatura alla linearità del viaggio è Ushuaia. E' l'unica scelta, è fuori posto, è immotivata. Borowitz storcerebbe il naso, ma solo perché la contraddizione è vera solo quando meno ce la si aspetta. Figuriamoci che il vecchio Bernard nel 1932 salì con mezzi di fortuna fino alle profonde latitudini di Capo Nord, sette infinite settimane di viaggio, più di duemila freddissimi chilometri per poi fermarsi a cinquecento metri dall'arrivo e tornare indietro.

"Non era quello il punto del discorso" disse, pur avendo sempre sostenuto "la fine del viaggio, a costo della vita".

Ushuaia - Fin del Mundo. Non c'è città più a sud. E' un simbolo. I simboli sono importanti. E' confortante appigliarsi a loro, alle sottese trame che sembrano perpetrare. Ma ha valore giungere ad Ushuaia con un volo, in fondo facile scorciatoia, oppure è uno di quei quei luoghi che prendono vita solo se messi alla fine di un intenso percorso, a concludere una metafora del viaggio interiore? Ushuaia ha senso unicamente come conclusione della lunga discesa attraverso la Patagonia?

Assolutamente si e ad ogni costo. Ma non era questo il punto del discorso. Il tutto era ben più importante e le contraddizioni sempre affascinanti.

 

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Gli estremi del mondo sono molto simili tra loro e l'atmosfera di Ushuaia ricorda quella che si può respirare nei paesini norvegesi oltre il circolo polare o in Islanda. C'è una strana consapevolezza negli sguardi delle persone, come se fossero consci che il loro sia un dono. Quasi come se il non doversi guardare le spalle, perchè dietro di loro non c'è nulla, generi in loro molta sicurezza.

Se il fondo è uno dei posti più belli in cui stare, perché non c'è altro da perdere, viverci non può essere poi così male.

Ushuaia non si sforza particolarmente di essere turistica, e ciò che viene venduto più insistentemente è il simbolo. Per cui si può girare nelle vie della città sostando nel caffè più a sud del mondo, passando la serata nel cinema più a sud o tentare la fortuna nel casinò che più sotto non ce n'è. Ma a rendere ogni piccola cosa speciale, ad infondere una strana tranquillità, una vaga magia in ogni piccolo angolo del paese, è la luce. Non è descrivibile la sua morbidezza. Bisogna meritarsela la magia della luce della fine del mondo. Andate a prendervela perché laggiù c'è l'unico posto in cui il bel pianeta azzurro è illuminato come dovrebbe.

 

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Sorpreso da una strana voglia di rinnegare la sfida prendendo una nave da crociera verso l'Antartide, ho assecondato l'istinto marinaresco salendo a bordo di un catamarano col quale sono andato in profondità nel canale di Beagle. Alla scoperta di una natura mai vista.

Spigoli di roccia trovavano la superficie e ne approfittavano cormorani e leoni marini, in simbiosi perfetta, come vicini di casa che avevano appena preso accordi all'ultima riunione di condominio.

 

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L'intrusione del catamarano, per quanto molto discreta, sembrava davvero gratuita, e la sua sola presenza rompere l'incanto. La vera sorpresa è stata lo spettacolo regalatoci da tre esemplari di megattere, davvero una rarità in quelle acque. La maniera in cui si sono concesse, il ballo che hanno inscenato sembrava quasi uno spettacolo studiato, una coreografia sapientemente ragionata, un tango tormentato al quale non ho potuto che assistere ammirato.


 

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Finita l'escursione rientro in albergo, tre ore al volo. Al solito, il bagaglio mi aspetta alla reception dalla mattina. Al solito chiedo "il solito": asilo per qualche ora, meglio se sulla poltrona vicina alla presa della corrente, e possibilità di usare la connessione della lobby. Come la chiusura stagna del portellone degli aerei che ho già visto sigillarsi tante volte fino a quel momento, mi isolo dal viaggio, da dove sono, da cosa ho visto e da dove andrò a breve. E' una sorta di rito che ormai riesco a compiere in tre facili, automatiche mosse.

Dentro la stanza chiusa c'è una partita che va avanti, gli amici-nemici di tutti i giorni che con te condividono quel mondo in cui si parla stranamente, in cui i modi di dire nascono e muoiono nel tempo di un torneo. Sei alla fine della terra, ma quel mondo è sempre lì, non curante di dove sei. Sei alla fine del mondo ma all'improvviso ti senti a casa. Sei alla fine del mondo, ma il mondo sembra piccolissimo, perchè se chiudi bene il portellone, in un attimo -ecco le prime due carte, c'è un raise, posso contro-rilanciare, in fondo anche se sono all'estremo sud, l'ultima volta a capo nord con quest'avversario ho giocato quella mano particolare e quindi...

C'è history, si dice. E la storia ai tavoli virtuali sembra andare avanti ovunque tu sia.

Una volta il poker era un gioco, poi una passione, infine un lavoro. In questo viaggio, sballottato da quest'andirivieni che altera gli equilibri, sembra assumere quasi le dimensioni di un rifugio. Un posto tranquillo. Dammi il solito, il solito mondo... Dammi un posto che conosco dove sostare ovunque io sia, giusto per un po', per qualche ora.